sabato
28
settembre 2013

Chiamami Maestro

Clemens Wolken in conversazione con Fausto Moroni Henze
inserito da: Clemens Wolken
Fausto Moroni (1944 - 2007) per più di quaranta anni è stato il compagno di Hans Werner Henze. In questa intervista concessa nel 2006 a Clemens Wolken racconta – per la prima e unica volta – la sua vita al fianco del compositore.
Clemens WolkenFausto Moroni

Fausto, da più di quaranta anni vivi insieme ad Hans, e continui ad onorare giorno dopo giorno quel patto di “non aggressione” che avete sottoscritto nel 1964. Puoi raccontarci qualcosa della tua giovinezza?



Ho dei bellissimi ricordi della mia infanzia al paese, a Taverna di Monte Colombo, un paese talmente piccolo, che ancora oggi è una frazione, neanche un comune. Mi ricordo per esempio delle veglie che si facevano nelle stalle, gli unici ambienti riscaldati grazie al fiato delle mucche. La sera si andava in una stalla di una famiglia “ricca”, che cioè aveva molte mucche. Lì nascevano storie, si raccontavano i pettegolezzi, iniziavano e finivano amori. A Taverna non c’erano sale da ballo né cinema, e a Carnevale si organizzavano delle feste private, e chi non era invitato, per partecipare si metteva un costume con una maschera e andava a chiedere “i due balli”, che non possono essere negati a chi li richiede, è un’usanza delle nostre parti. Questi sfortunati allora chiedevano “i due balli”, e gli veniva dato ä bitulön, cioè una fetta di dolce e un bicchiere di vino, e fatti i due balli dovevano andar via per forza. Tutti sapevamo chi era che chiedeva i due balli, e loro avevano bisogno, per poter entrare, del mnarön, cioè di un bambino che andasse con loro e bussasse alla porta (anch’io ho fatto il mnarön), dopodiché gli venivano concessi i due balli.
E non mi scorderò mai il primo film che ho visto in vita mia. C’era una coppia, moglie e marito, i Morosini, che arrivavano la domenica con un tandem a cui era agganciato un carrettino pieno di bobine, che all’epoca erano enormi. Ma l’unico ambiente grande in paese nel quale si potessero vedere i film era il mulino dove si macinavano le olive. Allora andavamo lì, la gente si sedeva per terra o sulle botti, e mi ricordo che la prima volta che vidi un film, nel 1948, ambientato all’epoca degli antichi romani, e vidi le bighe che mi venivano addosso, mi misi a piangere e scappai. E mi ricordo il giorno in cui mio padre comprò la nostra prima radio, una Magnadyne, e quel giorno ebbi il permesso di non andare a scuola. Mio padre era venditore ambulante di frutta e verdura, mia madre una contadina. Non abbiamo mai posseduto terra, avevamo solo dei maiali, che mio padre nutriva con gli avanzi di frutta e verdura. E questi maiali erano il salvadanaio della mia famiglia. Li vendeva quando erano belli grassi, ma non ne ha mai ucciso uno per noi in vita sua.
Quando sono nato io, mio padre aveva già 48 anni e mia madre 42. Anni fa ho saputo che mia madre sposò mio padre perché non voleva fare la contadina, ma era innamorata di un signore, e quando un giorno, aveva già tre figli, lo vide in una corriera, svenne per strada. E ho anche scoperto, ma questo già 40 anni fa, che mia madre era già incinta quando si sposò. Aveva il suo telaio nella stalla, e nelle lunghe serate invernali tesseva. Pensa che ho ancora le sue lenzuola, tessute a mano nella stalla, e le uso sempre. Fortunatamente ho avuto dei genitori molto altruisti, che hanno voluto il successo dei figli pur sapendo che li avrebbero persi, come poi è successo. E mia madre purtroppo non ha visto nemmeno questa casa, mentre mio padre ha vissuto qui anche per diversi mesi, e ogni autunno si occupava della raccolte delle olive ed era molto orgoglioso di me. A nove anni poi sono andato in Piemonte, a Mirabello Monferrato, in un collegio di salesiani. Lì sono stato solo un anno, perché pretendevano che chi studiava lì poi continuasse gli studi e si facesse prete, ma non era il mio caso evidentemente. Così scrissero ai miei dicendogli che non avevo nessuna tendenza a farmi prete e mi mandarono via. Allora andai in un altro collegio di Salesiani a Lugo di Romagna. Io all’epoca adoravo già il vino, e sono stato così furbo che mi sono fatto nominare sacrestano, e stavo backstage durante la messa e bevevo il vino. E vicino alla nostra scuola abitava una famiglia di contadini che coltivava bachi da seta, e allora chiesi al direttore, Don Carbone, di poter montare un piccolo allevamento di bachi da seta nell’istituto e così feci e mi divertii molto. E mi ricordo che siccome facevo il sacrestano, dovevo andare a prendere le ostie in un convento di monache che era di fronte a noi, e in quel convento di monache come studentessa c’era Piera degli Esposti che rincontrai casualmente qui alla Leprara trent’anni dopo.
Poi, dopo gli esami di terza media che ho fatto a Rimini, andai a Pesaro da uno zio e iniziai a fare ragioneria. Ma studiare non mi piaceva. Era il periodo di Mina e delle Mille bolle blu, Una zebra a pois, e io invece di andare a scuola andavo in un bar a sentire il juke-box, oppure al cinema e vedevo anche tre film al giorno, pur di non studiare.



Ma Pesaro ti stava troppo stretta, e decidesti di trasferirti a Roma. Puoi raccontarci qualcosa del tuo trasferimento?

 

Sono arrivato a Roma l’11 settembre 1960, il giorno dopo la chiusura dei giochi olimpici. Sono arrivato con il treno dalla Romagna, avevo ai piedi delle scarpe prestate e troppo strette perché non erano della mia misura, i pantaloni e la camicia erano prestati, e sopra portavo un golf di lana fatto con delle lane riciclate, una gialla e una marrone, fatto ai ferri da mia madre, perché secondo lei a settembre a Roma faceva freddo, e arrivai alla stazione Termini grondante sudore. Poi ho preso il tram per Testaccio dove sarei andato ad abitare. Ero seduto sul tram e stavano abbassando tutte le bandiere olimpiche perché i giochi erano finiti. E ho pensato “che bel benvenuto che ho, invece di alzare le bandiere per il mio arrivo le abbassano al mio passaggio”.

 

Eri giovanissimo e ancora minorenne.

 

Avevo sedici anni. Avevo sempre detto che la provincia era troppo stretta per me. Avevo un madre molto remissiva, e un padre che ha sempre avuto fiducia nei figli e ha detto “se vuole andare a Roma devo mandarlo”. E a Roma abitavo da una sorella di mio padre, avevo una piccola brandina in una stanza. E il giorno dopo il mio arrivo sono andato subito a lavorare alla Casa editrice “Nuova Italia”.

 

Quali erano le tue mansioni nella casa editrice?

 

Facevo tutto, andavo lì alle cinque di mattina, i termosifoni a carbone erano ancora spenti. Quindi andavo giù alle cinque del mattino a buttare la cenere dalla caldaia, pulirla, riempirla e riaccenderla; facevo le pulizie dell’ufficio e alle otto e mezza aprivo tutti gli uffici, andavo al banco vendite dei libri e poi con la Lambretta andavo a fare le consegne nelle librerie di Roma. Lì ho lavorato per almeno tre anni, poi dopo lavoravo in un altro ufficio a via Millelire, e mi occupavo delle spedizioni a tutti gli istituti di cultura italiana nel mondo. Mi occupavo della contabilità e, sempre col motorino, andavo al Ministero degli Esteri a consegnare i libri al dottor Tellini. Tutto questo per 9000 lire al mese, che erano poche anche allora.
Poi c’è stata la svolta nella mia vita e ho iniziato a lavorare in un negozio d’antiquariato. Nel frattempo avevo scoperto la mia omosessualità e stranamente ero attratto da persone molto più adulte di me, come il proprietario del negozio che era più vecchio di me e che ho amato moltissimo. Ho vissuto con lui e lavorato nel suo negozio, dove poi ho conosciuto Hans.



“Grazie a un colpo di fortuna un giorno a Roma feci la conoscenza di un uomo giovanissimo, arrivato dalla provincia di Forlì, Fausto Ubaldo Moroni. Parlava il ladino e aveva le fattezze di un figlio di prìncipi bizantini, figlio di contadino e navigatore con un’incredibile predisposizione per l’arte del vivere, dotato di grandi passioni per la gastronomia, la viticoltura, l’amore e altre raffinatezze dei sensi”, scrive Hans nella sua Autobiografia. Puoi raccontarci come avvenne il vostro fortunato incontro?

 

Lui m’aveva visto per strada, in una macchina in Via Condotti. L’ha seguita ed è entrato nel negozio e, pazzamente, ha comprato delle cose, ma poi non aveva i soldi per pagare! Aveva speso un milione, che all’epoca era una fortuna. Io gli avevo dato tutta l’argenteria che voleva senza prendere una lira o chiedere chi fosse. Gli ho detto “Grazie dottore”. E lui mi rispose: “Non mi chiami dottore, mi chiami maestro”. Ovviamente non capii perché lo dovessi chiamare maestro. Quando è arrivato il proprietario io ero felicissimo di aver venduto tutta quella roba, e mi ha chiesto “ma dove stanno i soldi?”, “non m’ha pagato” gli ho detto, “viene domani a pagare”. “E l’argenteria”? “Gliel’ho data”. E m’ha fatto una cazziata tremenda. “Vedrai che tornerà” gli ho detto. Di fatti il giorno dopo è tornato e ha pagato, ma ha preso altra roba senza pagarla.
E così ci siamo conosciuti, penso nel maggio del 1964. Poi a novembre hanno fatto Il Giovane Lord all’Opera di Roma e io gli chiesi un biglietto.



Hans scrive nell’Autobiografia che la sua musica non ti conquistò subito: “Fausto venne a trovarmi qualche giorno dopo in via Sant’Andrea delle Fratte, non da ultimo, per confessarmi di non sapere che farsene della mia musica”.

 

È assolutamente vero, non ero mai stato in vita mia in un teatro dell’opera, quello è sicuro. Deve essere stato nel novembre del 1965, perché a dicembre sono partito con lui per Berlino, dove dovevano eseguire I Bassaridi con la regia di Gustav Sellner e i costumi di Filippo Sanjust. Io tra l’altro sarei dovuto partire per il Messico con un ballerino del Moulin Rouge, un fijo de ‘na puttana di prima categoria che all’epoca aveva 47 anni e che avevo conosciuto a Parigi. Invece andai con Hans a Berlino e abitammo a casa di Wenzel Lüdecke, proprietario della Berlin Synchron, che ci mise a disposizione la sua villa a Grünewald.

 

E al vostro ritorno hai iniziato immediatamente a lavorare per Hans.

 

Sì, è stato dopo il soggiorno a Berlino. Mi disse che la villa era in costruzione e che aveva bisogno di qualcuno che se ne occupasse. E dopo Berlino sono venuto a Marino, ho chiuso il mio appartamento a Roma e ho vissuto un anno in una casa orrenda in Via dei Laghi per seguire i lavori alla Leprara. Ho mandato a monte prima i miei progetti messicani, e poi anche quelli americani: dovevo andare a New York, perché secondo mio fratello ero un nullafacente e voleva che mi cercassi un lavoro serio a New York. Per fortuna non è successo perché sarei sicuramente morto.
Il 26 novembre 1966 ho aperto la casa qui, Hans era di ritorno da Tokyo dove avevano fatto l’Elegia con Kerstin Mayer. Mi ricordo che lo portai all’aeroporto e gli dissi “quando torni da Tokyo la casa sarà pronta”, e così è stato.

 

Nel 1968 ci fu la sfortunata “prima” della Zattera della Medusa, che peraltro non fu una vera prémiere, visto che l’Oratorio non fu eseguito. Che ricordi hai di quella serata?

 

Mi ricordo tutto. Io ero in sala, tra l’altro c’erano il librettista Schnabel, Solti e la nostra amica Peg von Hessen. Hans avrebbe dovuto dirigere ma glielo hanno impedito, gli studenti attaccarono una bandiera rossa al podio, c’è stato un putiferio e il coro della RIAS si rifiutò di cantare con le bandiere rosse appese lì; è entrata la polizia con gli scudi, manganellando gli spettatori e gli studenti, hanno arrestato il librettista Schnabel che fu anche ferito perché spinto attraverso una vetrata. Noi uscimmo da un’uscita secondaria e la “prima” non c‘è mai stata. C’era Edda Moser, Fischer-Dieskau e il narratore era Charles Regnier.

 

Non c’erano state avvisaglie di quello scandalo?

 

No, non c’era stato alcun accenno.

 

Hans scrive: “Mi preoccupavo di più per Fausto che se l’era presa molto per tutto questo e che purtroppo era stato nuovamente rafforzato in quella sfiducia verso i tedeschi, inculcatagli in casa. Piangeva. Il mattino dopo, non appena giorno, si era messo in viaggio per l’Italia senza fermarsi, solo due volte per fare rifornimento, senza scendere, senza mangiare o bere. Non volle nemmeno più fare pipì sul suolo tedesco”.

 

È tutto vero. Però fortunatamente poi, nel corso degli anni, sui tedeschi ho cambiato idea. Ma i quattro, cinque anni che seguirono sono stati anni duri. Talmente difficili che pensavamo di dover vendere la casa. Gli prestai addirittura dei soldi miei. Negli anni successivi la musica di Hans fu poco eseguita in Germania e gli fu anche rescisso il contratto con la sua casa discografica.

 

Nel 1968, l’anno degli scandali, Rudi Dutschke – leader dell’SDS, il Movimento Studentesco Tedesco – fu ospite della Leprara per alcuni mesi, per riprendersi dall’attentato che aveva subìto; in quel periodo era già stato espulso dalla Svizzera.

 

Quello fu un altro grande avvenimento nella nostra vita. Arrivò con il treno alla stazione Termini con la Schwester, il medico e la moglie, e andammo a prenderlo con la polizia che ci scortava. Poi ad agosto Hans ed io andammo a Santa Fe per I Bassaridi che Hans doveva dirigere. Al nostro ritorno – eravamo a bordo della Cristoforo Colombo – dopo qualche giorno di navigazione, vidi su una rivista italiana delle foto della villa scattate dagli elicotteri e foto del nostro personale. Chiamai dalla nave e parlai con il personale che mi disse di tornare perché lì era un disastro. La nave naturalmente è andata in sciopero a Gibilterra. Finalmente arrivati a Napoli, siamo andati a Roma con il treno e Rudi ci è venuto a prendere alla stazione, sempre scortato dalla polizia. Per tre mesi abbiamo avuto la polizia in casa 24 ore al giorno. Quando la mattina uscivo per fare spese mi scortava lungo tutto il tragitto. Però li ho fregati ugualmente. E giocavo con loro a carte in cucina. Ma con Dutschke non ho avuto molti rapporti.

 

Nel 1970 ti occupasti dei costumi dell’Elegia per giovani amanti messa in scena al Festival di Edimburgo. Come è stata questa collaborazione con Hans?

 

È stata una bellissima esperienza. Hans pretese che io facessi questi costumi. Ma purtroppo io ero troppo giovane e all’epoca non parlavo ancora bene l’inglese. L’ho fatto perché lui ha insistito, anche se poi i costumi erano veramente belli. La regia era di Hans e la scenografia di Ralph Koltai, quando all’epoca era di moda usare il plexiglas e le montagne erano delle lame di plexiglas inclinate montate sull’acciaio. È andata bene nonostante la mia inesperienza. Poi non abbiamo più collaborato. Io non volevo. Avevo tante altre cose da fare e di costumisti migliori di me ce n’erano a migliaia.

 

“Quando iniziai a occuparmi di Montepulciano, [Helen Grob] si dimostrò decisamente contraria al progetto, proprio come Fausto: entrambi vedevano le difficoltà, le scarse probabilità di successo, l’enorme dispendio di tempo e di energia. Ma nel momento in cui si accorsero che non mi si poteva fermare, i due si rassegnarono all’inevitabile e diventarono, senza mai batter ciglio, i più efficaci e affidabili assistenti che potessi desiderare e immaginare”. Come furono quegli anni a Montepulciano?

 

Anni bellissimi e faticosi. Venni a Montepulciano da Londra, Hans stava facendo la regia di We come to the river. Quindici giorni prima avevamo appena comprato la nostra casa di Londra a Knightsbridge, e Hans una mattina mi disse: “Vai a Montepulciano e salvamela”. E ce l’abbiamo fatta. Mi occupavo di tutto. Facevo l’autista, il cuoco, il direttore tecnico, il lavapiatti. Tutto questo ogni estate per quattro anni.

 

Hai dei ricordi particolari?

 

La “prima” del Turco in Italia. Per me la cosa più incredibile è stata quando Riccardo Chailly ha fatto la prima prova del Turco in palcoscenico, perché non avrei mai e poi mai immaginato che potesse succedere. Ero nel piccolo ufficio di sopra, sono sceso e c’era l’orchestra disposta, e tutto era a posto. Chailly ha iniziato a dirigere e allora mi sono messo a piangere.

 

Il Cantiere di Montepulciano ha avuto spesso problemi con i finanziamenti e le sovvenzioni.

 

Sì, ma quando mancava qualcosa tanto i soldi ce li metteva Hans. Io mi arrabbiavo, ma ha sempre fatto così. Ci sono stati anche dei problemi con il sindaco di Montepulciano tanto che una sera, dovevano fare i Masnadieri, Hans, come scrive anche nel diario di lavoro su The English Cat, quasi si picchiò con lui.

 

Cosa ricordi del vostro soggiorno a Cuba nel 1969?

 

È stato un bellissimo soggiorno, ma anche duro perché presto ci siamo accorti che eravamo spiati da dei microchip piazzati in casa. L’ho scoperto perché quando succedeva qualcosa di strano, la persona poi non veniva più e spariva. Era tutto sotto controllo, e molto poco gradevole. Anche perché non eravamo andati a Cuba a fare la controrivoluzione. E purtroppo anche i migliori amici che frequentavano la nostra casa erano delle spie.

 

Hans scrive che partecipaste anche alla raccolta del tabacco.

 

Andavamo a tagliare la canna da zucchero per poi buttarla sui camion, dormivamo nelle baracche circondati dai ratti e la mattina andavamo a lavorare nei campi. Poi abbiamo fatto la disinfestazione nei campi di caffè contro un microbo che lo distruggeva, insieme a Alicia Alonso e a tutta la sua compagnia di balletto.
Visto che parliamo dei nostri viaggi, mi viene in mente quello che abbiamo fatto in Costarica. Mi ricordo che un giorno Hans si addormentò al sole in piscina e si ustionò completamente. E siccome questa cosa gli era già successa una volta, sapevo che per calmare l’ustione dovevo metterlo nell’acqua molto calda. L’ho messo in una vasca da bagno, ma l’acqua era talmente calda che si è completamente lessato. Allora siamo dovuti andare a Sacramento, a 2000 metri in montagna, dove faceva un freddo boia, e per riscaldare avevo acceso 200 candele, e per spostarlo me lo portavo sulle spalle. E all’epoca lui fumava ancora e allora scesi giù a San Josè di Costarica per cercargli delle sigarette. M’avevano dato un indirizzo, vado lì e scopro che era un bordello, entro e dico “guardi ho un appuntamento con Maria”, e mi vedo arrivare un travestito di nome Maria; siamo andati nella bidonville di San José di Costarica e questo mi chiese “quante sigarette vuoi?” e io le/gli dissi “una cinquantina”, “allora bisogna aspettare perché le devono preparare una ad una”. E insomma aspettai per le strade della città passeggiando con questa travestita. Non me lo scorderò mai.
Ma il ricordo più bello è legato ai nostri soggiorni sull’isola di Shella, in Kenya. Ci siamo andati per nove anni e lì ha scritto un sacco di cose, il Lacrymosa per il Requiem nel 1991, Le disperazioni del signor Pulcinella, tutta la Nona Sinfonia, alcune parti dell’Ottava Sinfonia, i balletti Le fils de l’air e Labyrinth, tutta l’opera Venus und Adonis, e per ultimo Voie lactée ô soeur lumineuse, per i novanta anni di Paul Sacher. Io poi ero presidente di una squadra di calcio, i Bright Stars. Ma la mia presidenza era dovuta solo ai soldi e a nessun altro motivo, perché non so nemmeno se il pallone è quadrato o rotondo. Dall’Italia portavo le magliette, le scarpe, e dopo la partita facevo un dinner per loro. È stato un bellissimo periodo della nostra vita.

 

E lì esercitasti anche le “arti mediche”!

 

Ero più uno stregone. Un giorno c’è stato un mullah di Lamu che, scendendo dalla barca, è caduto e si è spaccato la testa. Io l’ho medicato con le medicine che portavo sempre nella mia borsa. E un’altra volta venne un altro mullah – si vede che si era sparsa la voce – che mi chiese di curare la moglie, e tu sai che un mullah non fa toccare la propria moglie da mani maschili. E se per caso non andavo a medicarla, veniva lui a chiamarmi. E questo in un paese musulmano.

 

Avete avuto dei “vantaggi” dalle vostre frequentazioni e conoscenze?

 

Solo una volta, perché c’era l’altoparlante della moschea di Lamu che era diretta verso lo studio di Hans e lo disturbava durante il lavoro, allora l’ho fatto girare dall’altra parte.

 

A Lamu eri anche proprietario di una barca il cui capitano, Selim, ha ispirato il primo dei Sechs Gesänge aus dem Arabischen di Hans.

 

Sì, la barca si chiamava “Jamila”, era una Dwah di 18 metri, bellissima, ma lui c’ha messo piede solo una volta, e io forse due. L’ho curata, riverniciata, e quando abbiamo lasciato Lamu l’ho regalata al mio figlioccio Fausto Junior, figlio del nostro cameriere. Tra l’altro lo mantengo, anche perché l’ho fatto nascere io, l’ho pulito e lavato, tutto questo in mezzo agli asini, che a Lamu sono ovunque, e ai topi.

 

Quanto è stato difficile per te vivere per quaranta anni all’ombra di Hans?

 

Sono stati molto difficili i primi dieci anni, ho sofferto molto, soprattutto a causa della non conoscenza della lingua tedesca e inglese, non conoscevo le cose e le persone. È stato tremendo.

 

Come è cambiato Hans in questi anni di convivenza?

 

No, lui non cambia, ha la sua linea di condotta, ed è sempre stato molto esigente, non ti dà scusanti. Non è una persona che cambia, ma fortunatamente sono cresciuto io.

 

pubblicato in: Michael Kerstan/Clemens Wolken (curatori), “Hans Werner Henze. Komponist der Gegenwart, Leipzig-Berlin, Henschel 2006"